mercoledì 26 febbraio 2014
lunedì 24 febbraio 2014
Corretti, non corrotti. Analisi teologico-morale della corruzione
| Autore | Parnofiello Giulio
|
sabato 22 febbraio 2014
Come il vento tra i mandorli
Di Michelle Cohen Corasanti
Palestina, metà degli anni cinquanta. Mentre il conflitto arabo-israeliano infiamma, Ichmad – dodici anni, un talento non comune per la matematica e un’ammirazione sconfinata per Albert Einstein – scopre per la prima volta cosa siano la violenza e la paura. La sua famiglia viene costretta dall’esercito israeliano a trasferirsi in un misero fazzoletto di terra rallegrato soltanto da una pianta di mandorlo, unica fonte di sostentamento e ristoro. Ma i problemi non sono finiti: quando il padre di Ichmad viene imprigionato con l’accusa di aver nascosto delle armi, spetta al primogenito prendersi cura della madre e dei fratelli. Ichmad deve trovare un lavoro, e in fretta. Suo unico conforto, il mandorlo in fondo al giardino.Anno dopo anno, ingiustizia dopo ingiustizia, i suoi fratelli soccombono all’odio verso Israele, invece Ichmad lotta per dare un senso a ciò che lo circonda e, grazie alla sua intelligenza matematica, vince una borsa di studio per l’università. Intanto il mandorlo resta lì, in fondo al giardino d’infanzia. Mentre la Storia fa il suo corso. Mentre Ichmad, ormai adulto, riesce a emigrare negli Stati Uniti nonostante l’opposizione della famiglia. Mentre capisce cosa siano l’amore e il lutto, la rabbia e il perdono. E, riappropriandosi delle proprie radici, finalmente ricomincia a sognare.
venerdì 21 febbraio 2014
venerdì 28 settembre 2012
Premio Campiello 2012: il vincitore è Carmine Abate con “La collina del vento”
Carmine Abate ha vinto il Premio Campiello 2012 con il romanzo La collina del vento.
Si aggiudica quindi l’edizione del cinquantenario un romanzo che
racconta la storia di una famiglia che – come leggiamo sul sito del
vincitore – “è una saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di
una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento
potrà mai domare”.
A metà scrutinio Carmine Abate e il suo La collina del vento
hanno iniziato a correre con 45 voti. Seguivano, in ordine, Melandri,
Fois, Missiroli e Montanaro. Il distacco di Abate sugli altri è andato
sempre aumentando, fino al risultato finale che lo ha visto vincere,
seguito da Francesca Melandri, Marcello Fois, Marco Missiroli e Giovanni
Montanaro.
Bella la definizione che Dacia Maraini ha dato della letteratura: secondo la scrittrice premiata con il Campiello alla carriera la letteratura è testimonianza.
E ha aggiunto che sebbene non possa cambiare il mondo, di certo la
letteratura ci dice verso dove andiamo e, in quest’ottica, non è certo
in crisi come l’economia!
Un augurio di cuore alla giovanissima Martina Evangelisti (vent’anni) che ha vinto il Campiello Giovani 2012 con il racconto Forbici e che da grande vorrebbe fare l’insegnante
Vincitore premio Strega 2012 - Alessandro Piperno -
Una bella costruzione narrativa, una scrittura efficace, dialoghi ben
costruiti, analisi approfondite dei personaggi, ambienti resi in modo credibile.
Tutto questo si trova nel terzo romanzo di Alessandro Piperno, candidato
eccellente al Premio Strega 2012. Eppure, alla fine del libro, si rimane
perplessi di fronte all’eccessiva esibizione di pulsioni e di sentimenti, di odi
e di risentimenti, di rancori passati e mai superati che vengono raccontati
dall’autore/narratore.
Il romanzo è, come promesso, il seguito della fosca storia familiare dei Pontecorvo, una famiglia di ricchi ebrei romani. Si riprende la narrazione venticinque anni dopo la morte del capofamiglia, Leo, accusato ingiustamente di molestie sessuali alla dodicenne fidanzatina del figlio Semi, il quale aveva rinunciato a difendersi, preferendo sparire nel seminterrato della villa all’Olgiata dove la famiglia abitava e dove, disperato, aveva trovato la morte. Ora Filippo e Semi sono due adulti, la loro madre Rachel continua a vivere all’Olgiata dove, in quel tetro seminterrato, ha costruito lo studio di psicologa per anziani soli. I due fratelli hanno scelto vie opposte: Filippo ha sposato una ricca gentile nevrotica e viziata, attrice di secondo piano nelle fiction televisive più commerciali mentre lui disegna fumetti; Semi, tra New York, Milano e Roma dopo aver lavorato in una grande agenzia di rating ora commercia cotone per un’importante azienda di cui è divenuto socio e rimanda il matrimonio con Silvia, ambiziosa avvocato con cui prosegue uno stanco rapporto da molti anni. La vita sessuale, sociale, familiare dei due fratelli è a dir poco malata: l’uno, Filippo, non fa che passare da un letto all’altro, il suo rapporto con la semianoressica Anna è fallimentare, la sua vita lavorativa inesistente; l’altro, Semi, è praticamente impotente e la fidanzata Silvia è solo un alibi per coprire la sua inadeguatezza, mentre la carriera prodigiosa ed economicamente gratificante finisce in una mare di debiti. Quanto più Semi cade, tanto più Filippo, autore di un film che viene presentato al festival di Cannes, conosce un’inattesa immensa popolarità che gli cambia la vita e il carattere.
Il finale del romanzo è molto violento perché racconta la resa dei conti di tre vite, quelle di Rachel, Filippo, Samuel, senza sconti per nessuno dei tre. Finalmente vengono messe al bando l’ipocrisia e il formalismo, i silenzi colpevoli, l’omertà che avevano caratterizzato i loro rapporti per troppo tempo. Il padre Leo, mai più nominato, ritorna prepotentemente in scena, mentre l’odio accumulato da Semi nei confronti di madre e fratello, di fidanzata e socio, emergono come un fiume inarrestabile. Le pagine finali del romanzo sembrano ristabilire un po’ di ordine e di armonia nelle vite devastate dei Pontecorvo, mentre la voce narrante si palesa per il personaggio più dolente del libro, Semi, che nel concludere la storia si confessa al lettore:
Il romanzo della borghesia ebraica romana dunque si conclude con un’amara confessione: quanto ha inventato Piperno? E’ il nuovo realismo il suo stile di narratore? Davvero è così violento, problematico, doloroso il rapporto familiare che lega ebrei non troppo osservanti a “gentili” con i quali convivono e si sposano nella ovattata società romana? La sessualità (impotenza, onanismo, rapporti bulimici che nel libro abbondano) è un tabù con cui non si è fatta pace? Il personaggio di Filippo, perseguitato per un fumetto che suona offensivo ad un gruppo di terroristi islamici, è la metafora della condizione di persecuzione a cui gli ebrei romani ancora si sentono esposti? Mi sono chiesta questo e molto altro nel leggere questo lungo romanzo che non esito, pur nella sua ottima qualità letteraria, a considerare inquietante e non del tutto riuscito.
Il romanzo è, come promesso, il seguito della fosca storia familiare dei Pontecorvo, una famiglia di ricchi ebrei romani. Si riprende la narrazione venticinque anni dopo la morte del capofamiglia, Leo, accusato ingiustamente di molestie sessuali alla dodicenne fidanzatina del figlio Semi, il quale aveva rinunciato a difendersi, preferendo sparire nel seminterrato della villa all’Olgiata dove la famiglia abitava e dove, disperato, aveva trovato la morte. Ora Filippo e Semi sono due adulti, la loro madre Rachel continua a vivere all’Olgiata dove, in quel tetro seminterrato, ha costruito lo studio di psicologa per anziani soli. I due fratelli hanno scelto vie opposte: Filippo ha sposato una ricca gentile nevrotica e viziata, attrice di secondo piano nelle fiction televisive più commerciali mentre lui disegna fumetti; Semi, tra New York, Milano e Roma dopo aver lavorato in una grande agenzia di rating ora commercia cotone per un’importante azienda di cui è divenuto socio e rimanda il matrimonio con Silvia, ambiziosa avvocato con cui prosegue uno stanco rapporto da molti anni. La vita sessuale, sociale, familiare dei due fratelli è a dir poco malata: l’uno, Filippo, non fa che passare da un letto all’altro, il suo rapporto con la semianoressica Anna è fallimentare, la sua vita lavorativa inesistente; l’altro, Semi, è praticamente impotente e la fidanzata Silvia è solo un alibi per coprire la sua inadeguatezza, mentre la carriera prodigiosa ed economicamente gratificante finisce in una mare di debiti. Quanto più Semi cade, tanto più Filippo, autore di un film che viene presentato al festival di Cannes, conosce un’inattesa immensa popolarità che gli cambia la vita e il carattere.
Il finale del romanzo è molto violento perché racconta la resa dei conti di tre vite, quelle di Rachel, Filippo, Samuel, senza sconti per nessuno dei tre. Finalmente vengono messe al bando l’ipocrisia e il formalismo, i silenzi colpevoli, l’omertà che avevano caratterizzato i loro rapporti per troppo tempo. Il padre Leo, mai più nominato, ritorna prepotentemente in scena, mentre l’odio accumulato da Semi nei confronti di madre e fratello, di fidanzata e socio, emergono come un fiume inarrestabile. Le pagine finali del romanzo sembrano ristabilire un po’ di ordine e di armonia nelle vite devastate dei Pontecorvo, mentre la voce narrante si palesa per il personaggio più dolente del libro, Semi, che nel concludere la storia si confessa al lettore:
“Sono il fratello inessenziale, il fratello più volte tradito, il cadetto in tutti i sensi. Sono il più eclettico dei Pontecorvo. Quello pieno di talenti e quindi senza alcun talento. Sono l’impotente, il fallito, l’impostore……Mi consola sapere che non ho avuto alcun ritegno a scrivere tutto quello che sapevo di me; ma il guaio è che tutto quello che non sapevo degli altri l’ho dovuto inventare…”
Il romanzo della borghesia ebraica romana dunque si conclude con un’amara confessione: quanto ha inventato Piperno? E’ il nuovo realismo il suo stile di narratore? Davvero è così violento, problematico, doloroso il rapporto familiare che lega ebrei non troppo osservanti a “gentili” con i quali convivono e si sposano nella ovattata società romana? La sessualità (impotenza, onanismo, rapporti bulimici che nel libro abbondano) è un tabù con cui non si è fatta pace? Il personaggio di Filippo, perseguitato per un fumetto che suona offensivo ad un gruppo di terroristi islamici, è la metafora della condizione di persecuzione a cui gli ebrei romani ancora si sentono esposti? Mi sono chiesta questo e molto altro nel leggere questo lungo romanzo che non esito, pur nella sua ottima qualità letteraria, a considerare inquietante e non del tutto riuscito.
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