venerdì 30 settembre 2011
Ufficiale, Stephen King sta scrivendo il seguito di Shining!
Stephen King l’aveva annunciato già nel 2009, ma adesso è ufficiale: The Shining avrà un seguito, almeno letterario. Il romaziere è già al lavoro sul nuovo libro e ne ha letto un estratto durante una cerimonia di premiazione alla George Mason University. Il sequel di The Shining si chiamerà Dr Sleep e il protagonista sarà sempre il piccolo sensitivo Danny, ma 30 anni dopo i fatti dell’Overlook Hotel. Danny è ora diventato dottore ed è in contatto con le menti dei residenti di una casa di riposo che sono in punto di morte. Almeno fino all’arrivo di alcuni vampiri. Ancora non è dato sapere a chi toccherà l’onore di dirigere il film. Peccato che Stanley Kubrick non sia più tra noi.
mercoledì 21 settembre 2011
Antonia Arslan: cronaca di una rinascita
di Paolo Pegoraro*
ROMA, martedì, 13 settembre 2011 (ZENIT.org).- Gli esseri umani costruiscono piramidi, volano più in alto degli uccelli e si immergono più a fondo di qualsiasi pesce. Gli esseri umani possono attraversare i continenti, neanche avessero gli stivali delle sette leghe, o parlarsi annullando distanze enormi. Gli esseri umani inventano storie, numeri e poesie: saturano l’aria di onde elettriche, colmano la terra di leggi e il cielo di miti. Gli esseri umani tagliano foreste e prosciugano laghi. Sbarrano i fiumi e solcano i mari. Eppure a fermarli basta poco più che un granello di sabbia. Basta una vena occlusa da un minuscolo sasso – meno di un centimetro di superficie – e tutto finisce. Qualcosa di incalcolabilmente piccolo. Una probabilità imprevedibile. Gli esseri umani, enormi e fragilissimi: che esseri strani...
È così che dovremmo pensarci, se avessimo una percezione realistica di ciò che siamo. A ricordarcelo, talvolta, deve intervenire una battuta d’arresto, un intoppo minuscolo e fatale. Come quello incorso alla scrittrice di origini armene Antonia Arslan, autrice del bestseller La masseria delle allodole, che la notte fra il 12 e il 13 aprile 2009 viene ricoverata al reparto di Rianimazione per uno shock settico da calcolosi renale. I medici la inducono al coma farmacologico. Calano buio e silenzio. Per giorni e giorni. Fino a quando...
Ishtar 2 (Rizzoli, pp. 115, € 12,50) è la “cronaca di un risveglio”. È il racconto di una coscienza spaesata e fluttuante che si fa largo attraverso una landa di sogni soffusi e percezioni sfumate, dove le visioni sono più vere del vero e decidono la sorte del corpo, inconsapevole del suo destino dall’altra parte del velo, nel mondo della veglia. È una battaglia solitaria condotta in un altro stato della coscienza, là dove smarrimento e tenebra nascondono fantasmi senza nome e senza forma, collosi ammassi di velenosa malizia. Sì, perché esiste «una forza immensa e malvagia» che tenta di trascinare con sé l’autrice/protagonista, sussurrandole di raggiungerla: voci di disperazione che vorrebbero sciogliere ogni resistenza e asfissiare la speranza. Ma le ombre vengono disperse, ora dal ricordo nitido della mamma, ora dall’apparizione del leone Aslan (anche Arslan significa “leone”), ora dalle visite dell’Alta Signora che viene a consolare l’inerme malata: una Regina materna, «in veste di bambina sapiente», che con lei ama scherzare e sgranare lenticchie.
Fino al momento in cui la luce ritorna. E con essa, come da una lunga apnea, emerge anche la coscienza. Improvvisamente “rinata dall’alto” come l’anziano Nicodemo, la scrittrice riscopre la vita con la stessa stupefatta passione di «una bambina piccola»: l’impareggiabile soddisfazione del primo sorso d’acqua, la gioia tutta femminile per i capelli lavati e spazzolati, la «scoperta incantevole» del gustare i sapori del cibo.
Il tocco della vita, però, non è solo piacere. E presto costringe l’autrice/protagonista ad abbandonare la passività della «beatitudine infantile»: occorre imparare di nuovo a respirare da sola, senza l’aiuto di una macchina; bisogna impadronirsi da capo dei muscoli di braccia e gambe; tocca ricominciare a parlare. Una ripresa difficile: troppo, quasi una tortura. I vivi intorno a lei, però, spingono spietatamente a combattere: «Vuoi darti vinta per così poco? Noi facciamo del nostro meglio, e tu?». Sono le spinte e contrazioni di una seconda nascita. Solo nell’abbandono all’oblio non c’è sofferenza. Vita è anche dolore: fitte lancinanti che trafiggono il corpo senza ragione, crisi di terrore insensato – ma non per questo meno reali – come se si avesse perso qualcuno di caro. Ma pure il sollievo di scoprire che non è così. E di trovarsi accudita giorno e notte da volti vaghi e senza nome, come quello di un inserviente che – quasi come il servo inutile del Vangelo – distribuisce acqua all’assetato e subito dimentica il bene fatto, senza ritenere di aver fatto nulla di speciale. E poi da volti sempre più precisi e distinti: infermiere e medici, voci di tenerezza e voci esigenti, inflessibili, che respingono la finta compassione che nasconde la resa.
Ishtar 2 – questo il nome del reparto di Rianimazione – è un libretto breve e pregno, scritto per gratitudine. La si sente. Gonfia le righe, le feconda. E perfino un reparto di morenti e dormienti, gli riesce di trasformarlo in una casa.
Un assaggio dell’opera
Io avevo sete, tanta sete. Ogni tanto provavo a farmi capire con gli occhi, perché non riuscivo a muovere le mani, e sentivo la gola ostruita da qualcosa di viscido,ma pesante come un sasso. “Ho sete, voglio acqua” cercavo di dire, e mi raschiavo la gola per parlare, ma non ce la facevo a metter fuori la voce. Tentavo e ritentavo continuamente, e mi pareva che la voce uscisse, ma poi non la sentivo, neanche un soffio, neanche raschiante.
[…] Non c’era nessuno intorno, il buio si faceva di momento in momento più intenso, e la sete ancora più acuta. Riemergevo da un sonno opprimente, ma non potevo chiamare, solo aspettare, e un’acuta nostalgia mi prese, una voglia di piangere sulla mia miseria, sulla mia solitudine, sulla mia sete.
Fu in quel momento che tornarono in due, Roberta e un giovane, poco più di un ragazzo. Ogni tanto vengono in coppia, quando ti devono sollevare e cambiare. Mi sprimacciarono il cuscino, mi rassettarono il lenzuolo, controllarono che i piedi fossero coperti e che le lucette sul quadro dei controlli fossero a posto. Poi Roberta andò ad aggiornare il diario. Mentre facevano queste cose, io li seguivo con gli occhi, ansiosa, cercando di parlargli, di farmi capire, che avevo bisogno di acqua. Non sapevo ancora, allora, di avere un tubo in gola.
Stavano per andarsene, e l’infermiera uscì per prima. Ma, come se avesse sentito l’intensità disperata del mio sguardo, il ragazzo si voltò lentamente, mi guardò con attenzione e sorrise. Poi disse, con semplicità: «Cosa stai pensando, cara, forse hai bisogno di un’acquata?». E, come fra sé, si rispose: «Certo che ne ha bisogno!», e uscì svelto, per ritornare dopo un momento con larghi teli bianchi e un catinod’acqua appena tiepida. Cominciò a bagnarei teli, e me li appoggiava sul corpo, dappertutto, con meticolosa attenzione, rimettendolinell’acqua ogni tanto, tamponandomi con un angolo di tela la fronte e le labbra. Sentivo le gambe inerti e pesanti, come se fossero ricoperte di stoffa, e più tardi seppi che davvero lo erano, infilate in certe calze elastiche bianche che servono, mi dissero poi, a prevenire le trombosi. Ma allora non sapevo ancora nientedella mia malattia.
Un senso di frescura infinita mi si diffondeva per le membra, e perfino l’arsura in gola si attenuava, e il buio sembrava meno denso. Per mezz’ora, ci parlammo con gli occhi; ogni tanto mi guardava, scuoteva la testa e diceva: «Ancora un po’, vero? Ti fa star meglio, si vede», e quando lo vennero a chiamare, rispose: «Non la posso ancora lasciare», e continuò a darmi acqua sul corpo.
Così mi addormentai di nuovo, e lui se ne andò piano piano, silenziosamente, e per qualche ora dormii tranquilla. Speravo di rivederlo il giorno dopo, speravo che mi facesse un’altra acquata, volevo dirgli ancora grazie con gli occhi. Ma non lo rividi, né il giorno dopo, né in quelli seguenti. E quando finalmente mi tolsero il tubo e potevo parlare, cominciai achiedere di lui, ma nessuno lo conosceva, né le infermiere né i dottori: e mi accorsi che tutti loro pensavano che avessi avuto un’allucinazione, che mi immaginavo di ricordare qualche cosa che invece era stato solo un desiderio, una visione interiore dovuta alla troppa sete, ai tanti farmaci, chissà.
Allora smisi di chiedere. Ma molti giorni dopo, giusto prima che dalla Rianimazione mi mandassero nel reparto di Urologia, dove il mio calcolo renale vagabondo e maligno doveva essere individuato e stanato, proprio lui entrò verso sera nella mia stanza, portando un bicchiere. Lo riconobbi immediatamente, ma lui no. Io cominciai a parlargli dell’acquata, sorridendo nervosa, accavallando le parole: e finalmente si ricordò di me. Ma non gli pareva di aver fatto nulla di speciale, disse, lui quella sera faceva un turno a Ishtar quasi per caso, faceva una sostituzione. Io insistevo, gli dicevo quanto avesse significato per me quel suo darmi l’acqua, bagnarmi tutta, contro i fantasmi nottumi. E solo allora arrossì tutto in viso, come un ragazzino.
-----------
*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L'Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.
ROMA, martedì, 13 settembre 2011 (ZENIT.org).- Gli esseri umani costruiscono piramidi, volano più in alto degli uccelli e si immergono più a fondo di qualsiasi pesce. Gli esseri umani possono attraversare i continenti, neanche avessero gli stivali delle sette leghe, o parlarsi annullando distanze enormi. Gli esseri umani inventano storie, numeri e poesie: saturano l’aria di onde elettriche, colmano la terra di leggi e il cielo di miti. Gli esseri umani tagliano foreste e prosciugano laghi. Sbarrano i fiumi e solcano i mari. Eppure a fermarli basta poco più che un granello di sabbia. Basta una vena occlusa da un minuscolo sasso – meno di un centimetro di superficie – e tutto finisce. Qualcosa di incalcolabilmente piccolo. Una probabilità imprevedibile. Gli esseri umani, enormi e fragilissimi: che esseri strani...
È così che dovremmo pensarci, se avessimo una percezione realistica di ciò che siamo. A ricordarcelo, talvolta, deve intervenire una battuta d’arresto, un intoppo minuscolo e fatale. Come quello incorso alla scrittrice di origini armene Antonia Arslan, autrice del bestseller La masseria delle allodole, che la notte fra il 12 e il 13 aprile 2009 viene ricoverata al reparto di Rianimazione per uno shock settico da calcolosi renale. I medici la inducono al coma farmacologico. Calano buio e silenzio. Per giorni e giorni. Fino a quando...
Ishtar 2 (Rizzoli, pp. 115, € 12,50) è la “cronaca di un risveglio”. È il racconto di una coscienza spaesata e fluttuante che si fa largo attraverso una landa di sogni soffusi e percezioni sfumate, dove le visioni sono più vere del vero e decidono la sorte del corpo, inconsapevole del suo destino dall’altra parte del velo, nel mondo della veglia. È una battaglia solitaria condotta in un altro stato della coscienza, là dove smarrimento e tenebra nascondono fantasmi senza nome e senza forma, collosi ammassi di velenosa malizia. Sì, perché esiste «una forza immensa e malvagia» che tenta di trascinare con sé l’autrice/protagonista, sussurrandole di raggiungerla: voci di disperazione che vorrebbero sciogliere ogni resistenza e asfissiare la speranza. Ma le ombre vengono disperse, ora dal ricordo nitido della mamma, ora dall’apparizione del leone Aslan (anche Arslan significa “leone”), ora dalle visite dell’Alta Signora che viene a consolare l’inerme malata: una Regina materna, «in veste di bambina sapiente», che con lei ama scherzare e sgranare lenticchie.
Fino al momento in cui la luce ritorna. E con essa, come da una lunga apnea, emerge anche la coscienza. Improvvisamente “rinata dall’alto” come l’anziano Nicodemo, la scrittrice riscopre la vita con la stessa stupefatta passione di «una bambina piccola»: l’impareggiabile soddisfazione del primo sorso d’acqua, la gioia tutta femminile per i capelli lavati e spazzolati, la «scoperta incantevole» del gustare i sapori del cibo.
Il tocco della vita, però, non è solo piacere. E presto costringe l’autrice/protagonista ad abbandonare la passività della «beatitudine infantile»: occorre imparare di nuovo a respirare da sola, senza l’aiuto di una macchina; bisogna impadronirsi da capo dei muscoli di braccia e gambe; tocca ricominciare a parlare. Una ripresa difficile: troppo, quasi una tortura. I vivi intorno a lei, però, spingono spietatamente a combattere: «Vuoi darti vinta per così poco? Noi facciamo del nostro meglio, e tu?». Sono le spinte e contrazioni di una seconda nascita. Solo nell’abbandono all’oblio non c’è sofferenza. Vita è anche dolore: fitte lancinanti che trafiggono il corpo senza ragione, crisi di terrore insensato – ma non per questo meno reali – come se si avesse perso qualcuno di caro. Ma pure il sollievo di scoprire che non è così. E di trovarsi accudita giorno e notte da volti vaghi e senza nome, come quello di un inserviente che – quasi come il servo inutile del Vangelo – distribuisce acqua all’assetato e subito dimentica il bene fatto, senza ritenere di aver fatto nulla di speciale. E poi da volti sempre più precisi e distinti: infermiere e medici, voci di tenerezza e voci esigenti, inflessibili, che respingono la finta compassione che nasconde la resa.
Ishtar 2 – questo il nome del reparto di Rianimazione – è un libretto breve e pregno, scritto per gratitudine. La si sente. Gonfia le righe, le feconda. E perfino un reparto di morenti e dormienti, gli riesce di trasformarlo in una casa.
Un assaggio dell’opera
Io avevo sete, tanta sete. Ogni tanto provavo a farmi capire con gli occhi, perché non riuscivo a muovere le mani, e sentivo la gola ostruita da qualcosa di viscido,ma pesante come un sasso. “Ho sete, voglio acqua” cercavo di dire, e mi raschiavo la gola per parlare, ma non ce la facevo a metter fuori la voce. Tentavo e ritentavo continuamente, e mi pareva che la voce uscisse, ma poi non la sentivo, neanche un soffio, neanche raschiante.
[…] Non c’era nessuno intorno, il buio si faceva di momento in momento più intenso, e la sete ancora più acuta. Riemergevo da un sonno opprimente, ma non potevo chiamare, solo aspettare, e un’acuta nostalgia mi prese, una voglia di piangere sulla mia miseria, sulla mia solitudine, sulla mia sete.
Fu in quel momento che tornarono in due, Roberta e un giovane, poco più di un ragazzo. Ogni tanto vengono in coppia, quando ti devono sollevare e cambiare. Mi sprimacciarono il cuscino, mi rassettarono il lenzuolo, controllarono che i piedi fossero coperti e che le lucette sul quadro dei controlli fossero a posto. Poi Roberta andò ad aggiornare il diario. Mentre facevano queste cose, io li seguivo con gli occhi, ansiosa, cercando di parlargli, di farmi capire, che avevo bisogno di acqua. Non sapevo ancora, allora, di avere un tubo in gola.
Stavano per andarsene, e l’infermiera uscì per prima. Ma, come se avesse sentito l’intensità disperata del mio sguardo, il ragazzo si voltò lentamente, mi guardò con attenzione e sorrise. Poi disse, con semplicità: «Cosa stai pensando, cara, forse hai bisogno di un’acquata?». E, come fra sé, si rispose: «Certo che ne ha bisogno!», e uscì svelto, per ritornare dopo un momento con larghi teli bianchi e un catinod’acqua appena tiepida. Cominciò a bagnarei teli, e me li appoggiava sul corpo, dappertutto, con meticolosa attenzione, rimettendolinell’acqua ogni tanto, tamponandomi con un angolo di tela la fronte e le labbra. Sentivo le gambe inerti e pesanti, come se fossero ricoperte di stoffa, e più tardi seppi che davvero lo erano, infilate in certe calze elastiche bianche che servono, mi dissero poi, a prevenire le trombosi. Ma allora non sapevo ancora nientedella mia malattia.
Un senso di frescura infinita mi si diffondeva per le membra, e perfino l’arsura in gola si attenuava, e il buio sembrava meno denso. Per mezz’ora, ci parlammo con gli occhi; ogni tanto mi guardava, scuoteva la testa e diceva: «Ancora un po’, vero? Ti fa star meglio, si vede», e quando lo vennero a chiamare, rispose: «Non la posso ancora lasciare», e continuò a darmi acqua sul corpo.
Così mi addormentai di nuovo, e lui se ne andò piano piano, silenziosamente, e per qualche ora dormii tranquilla. Speravo di rivederlo il giorno dopo, speravo che mi facesse un’altra acquata, volevo dirgli ancora grazie con gli occhi. Ma non lo rividi, né il giorno dopo, né in quelli seguenti. E quando finalmente mi tolsero il tubo e potevo parlare, cominciai achiedere di lui, ma nessuno lo conosceva, né le infermiere né i dottori: e mi accorsi che tutti loro pensavano che avessi avuto un’allucinazione, che mi immaginavo di ricordare qualche cosa che invece era stato solo un desiderio, una visione interiore dovuta alla troppa sete, ai tanti farmaci, chissà.
Allora smisi di chiedere. Ma molti giorni dopo, giusto prima che dalla Rianimazione mi mandassero nel reparto di Urologia, dove il mio calcolo renale vagabondo e maligno doveva essere individuato e stanato, proprio lui entrò verso sera nella mia stanza, portando un bicchiere. Lo riconobbi immediatamente, ma lui no. Io cominciai a parlargli dell’acquata, sorridendo nervosa, accavallando le parole: e finalmente si ricordò di me. Ma non gli pareva di aver fatto nulla di speciale, disse, lui quella sera faceva un turno a Ishtar quasi per caso, faceva una sostituzione. Io insistevo, gli dicevo quanto avesse significato per me quel suo darmi l’acqua, bagnarmi tutta, contro i fantasmi nottumi. E solo allora arrossì tutto in viso, come un ragazzino.
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*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L'Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.
martedì 20 settembre 2011
Campiello giovani 2011
Il vincitore della XVI edizione
Il vincitore dell'edizione 2011 del Concorso Campiello Giovani è Mattia Conti, con il racconto " Pelle di legno "
Mattia Conti
Mi chiamo Mattia Conti e odio le autopresentazioni. Ho 22 anni e vivo a Molteno, in provincia di Lecco. Ho sempre subito il fascino delle storie, le narrazioni e i racconti che hanno avvolto la mia esistenza. Ho cominciato disegnando le immagini che c’erano nella mia testa, poi è arrivata la scrittura. Ho frequentato il Liceo Artistico Medardo Rosso e nel 2005 ho pubblicato “Il moto delle onde” (OTMA Edizioni), la mia prima raccolta di poesie. Dal 2008 frequento comunicazione, media e pubblicità all’università IULM. Nel 2009 ho pubblicato il mio primo romanzo “Pandora” (Ibiskos-Ulivieri), frutto di notti a scrivere e giorni a sognare. Nel 2010 sono arrivato tra i semifinalisti al Premio Campiello Giovani con il racconto “Le stanze di fumo” e quest’anno “Pelle di legno” mi ha permesso di entrare nella Cinquina finalista. Vivo cercando di cogliere anche solo un atomo dell’immenso mistero che chiamano “vita”. Per questo scrivo.
Motivazione del Comitato Tecnico per l’ammissione in cinquina: Pelle di legno
Corale
Un bildungsroman brianzolo. La crescita alla vita di Natale Vespucci, tra Lecco e Oggiono. Veglie intorno al camino la sera, il 25 luglio del '43 e l'arrivo della ventenne spagnola e del suo bambino appena nato, partigiani e repubblichini. Notevole tenuta narrativa, lingua spedita, fresca, di rara felicità espressiva. Una tranche de vie popolare e corale, rivissuta attraverso gli occhi di un ragazzino, che non può fare a meno di guardare al di là delle nuvole quando sulla terra non riesce a trovare “qualcosa di buono”.
Motivazione della Giuria dei Letterati per la scelta del vincitore:
Un racconto di ambientazione campagnola che rievoca atmosfere ed episodî della guerra civile in un’imprecisata località del nostro settentrione. Il protagonista è un ragazzo, Natale, sicché la lente del suo guardare e rammemorare semplifica gli avvenimenti, li deforma rispetto a come li vedrebbe e ricorderebbe un adulto. Se non è la prima volta che la letteratura si prova in una impresa del genere, il risultato è tuttavia originale e gradevole: alla felice caratterizzazione dei personaggi (nonno Felino, zia Rosanna, Angelen, Adelio, Olga, il prete…) corrisponde fino all’ultima pagina una scrittura nitida e capace, rara in un ventiduenne come Mattia Conti.
Premio Campiello 2011
Il vincitore della XLIX edizione
Andrea Molesini con il romanzo "Non tutti i bastardi sono di Vienna" edito da Sellerio è il vincitore della XLIX edizione del Premio Campiello Letteratura
Andrea Molesini con il romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio) si è aggiudicato la XLIX edizione del Premio Campiello Letteratura – Confindustria Veneto.
Il romanzo di Andrea Molesini ha ottenuto 102 voti, sui 286 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori.
Seconda in ordine di preferenze Federica Manzon con il romanzo "Di fama e di
sventura" (Mondadori), a seguire poi Ernesto Ferrero con "Disegnare il vento" (Einaudi), Maria Pia Ammirati con "Se tu fossi qui" di (Cairo editore) e Giuseppe Lupo con "L'ultima sposa di Palmira" (Marsilio).
Andrea Molesini ha dedicato la sua vittoria "Alla memoria di Elvira Sellerio, che col rigore delle sue scelte editoriali, il suo coraggio e la sua grazia ha difeso la lingua dei padri dalla volgarità dei tempi e consentito alla nostra cultura, uguale a poche e inferiore a nessuna, di mantenere il suo posto nel mondo".
Un pensiero è andato anche "Ai librai e ai bibliotecari, che fanno un lavoro difficilissimo e in questo momento di difficoltà hanno bisogno di sostegno".
Andrea Molesini con il romanzo "Non tutti i bastardi sono di Vienna" edito da Sellerio è il vincitore della XLIX edizione del Premio Campiello Letteratura
Andrea Molesini con il romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio) si è aggiudicato la XLIX edizione del Premio Campiello Letteratura – Confindustria Veneto.
Il romanzo di Andrea Molesini ha ottenuto 102 voti, sui 286 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori.
Seconda in ordine di preferenze Federica Manzon con il romanzo "Di fama e di
sventura" (Mondadori), a seguire poi Ernesto Ferrero con "Disegnare il vento" (Einaudi), Maria Pia Ammirati con "Se tu fossi qui" di (Cairo editore) e Giuseppe Lupo con "L'ultima sposa di Palmira" (Marsilio).
Andrea Molesini ha dedicato la sua vittoria "Alla memoria di Elvira Sellerio, che col rigore delle sue scelte editoriali, il suo coraggio e la sua grazia ha difeso la lingua dei padri dalla volgarità dei tempi e consentito alla nostra cultura, uguale a poche e inferiore a nessuna, di mantenere il suo posto nel mondo".
Un pensiero è andato anche "Ai librai e ai bibliotecari, che fanno un lavoro difficilissimo e in questo momento di difficoltà hanno bisogno di sostegno".
mercoledì 27 luglio 2011
LETTI E RILETTI
Joseph Roth: una patria che ci viene a cercare
di Paolo Pegoraro*
ROMA, martedì, 26 luglio 2011 (ZENIT.org).- Joseph Roth (1894-1939) è un autore sempre più conosciuto e apprezzato nel nostro Paese. Dopo gli studi dedicatigli dal germanista Claudio Magris negli anni Sessanta e la trasposizione cinematografica del suo capolavoro (La leggenda del santo bevitore, regia di Ermanno Olmi – 1988), sarebbe per un volume che ne raccolga le opere principali. Ci penserà probabilmente Newton&Compton, che ne sta meritoriamente riproponendo i titoli in edizione economica con introduzione di Giorgio Manacorda.
Originario della regione più settentrionale dell’Impero austro-ungarico – la Galizia, tra Polonia e Ucraina – Joseph Roth fu il testimone della sua dissoluzione e dello spaesamento che comportò, in particolare per la popolazione ebraica. Nei suoi romanzi più noti (Fuga senza fine, La Cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky) un’opprimente incertezza e il vuoto gravido di minaccia saturano il periodo tra le due guerre. Motivi di speranza percorrono invece il romanzo Giobbe (1930) e il breve racconto La leggenda del santo bevitore (1939, pubblicato postumo).
Giobbe racconta la storia di Mendel Singer, un «comunissimo ebreo» senza il prestigio sociale, benedetto tuttavia da quattro figli. Prototipo del giusto provato dalla sventura, Mendel viene colpito nel suo unico bene – i figli – che rinnegheranno uno dopo l’altro le proprie radici. A parte uno, lo storpio e demente Menuchim, che la famiglia abbandonerà in Europa quando traverserà l’oceano per trovare pace apparente nel benessere del Nuovo Mondo. Ma quando la Seconda guerra mondiale reclama il proprio balzello di sangue, Mendel Singer indosserà la «santità della pazzia» per elevare il proprio sdegno a Dio. Passeranno anni di devastante silenzio prima che, proprio nella notte di Pasqua, ricompaia Menuchin: perfettamente sano, giunto al successo come compositore, pronto a riportare il padre al suo paese nativo.
La leggenda del santo bevitore, vero e proprio testamento spirituale dell’autore, ci porta invece nella Parigi dei clochard. Andreas Kartak è un uomo caduto talmente in disgrazia da dimenticare perfino il proprio nome. Il suo passato si è perso nel fondo di un bicchiere di Pernod, eccetto il volto della donna che l’ha portato al tracollo e il ricordo di essere stato un uomo onesto. Quando ad Andreas compare un tale che gli presta duecento franchi, da restituire in offerta alla statua di santa Teresa di Lisieaux, tutto pare cambiare. Quel semplice atto di fiducia lo smuove e avvia una serie di eventi inspiegabili che sembrano porgergli a portata di mano il riscatto sociale. Ma una serie di incontri – altrettanto inspiegabili – con i protagonisti della sua vita precedente si frappongo tra lui e la realizzazione della promessa. Il finale, tra i più toccanti della storia della letteratura, ci consegna un uomo infine riconciliato con la propria contradditorietà.
Giobbe e La leggenda differiscono in numerosi punti. La raffinatezza stilistica e compositiva del Giobbe è straordinaria. Il ritmo della narrazione vive di accelerazioni e rarefazioni, di trapassi dal realismo all’onirico, di accorgimenti lessicali minuscoli e precisi come meccanismi di orologeria (si veda, nel brano proposto qui sotto, il rintocco funebre scandito dalla triplice ripetizione dello “scialle giallo”). La leggenda ha invece una semplicità ariosa e dimessa, quella che i grandi – abbandonata ogni preoccupazione – raggiungono nella maturità. Anche i protagonisti non potrebbero essere più diversi. Mendel Singer è il giusto che si sente irriso perché è Dio – non l’uomo – a non mantenere gli accordi. Andreas Kartak è un uomo che vorrebbe mantenere la promessa e tuttavia non vi riesce, fiaccato dal suo passato. Mendel ha un rapporto diretto fino al litigio con il suo Dio, Andreas non lo conosce e lo incontra attraverso una serie di intermediari. La virtù di Mendel si manifesta nella sua inflessibilità, la rovina di Andreas è la sua incapacità di dire un solo “no”.
Eppure sono più simili di quanto non appaia. Entrambi – come tutti i personaggi di Roth – si sono smarriti: Mendel in America, Kartak a Parigi. Ognuno dei due ha perso se stesso e per quanto si sforzi non più in grado di “trovarsi”. Sono inavvertitamente scivolati fuori dalla propria patria – quella interiore, prima ancora che quella fisica – e si trovano irrevocabilmente chiuso fuori, smarriti in mondo che, per quanto vasto, non contempla un rifugio per accoglierli. Fino al momento in cui qualcuno non li trova. Fino al momento in cui qualcuno non va loro incontro. Mendel viene trovato da Menuchim, il figlio che aveva abbandonato; Andreas viene raggiunto dalla bimba Thérèse, la piccola creditrice a cui non ha saldato il debito. Se Franz Kafka aveva raccontato, ne Il messaggio dell’imperatore, la disperata speranza in un bene che c’è ma non ci potrà mai raggiungere a causa degli ostacoli che il mondo gli frappone, in queste due opere Joseph Roth ci conduce nella posizione specularmente opposta: e cioè verso un bene che c’è proprio perché può raggiungerci nonostante gli ostacoli posti da noi stessi. Giusti o ingiusti, creditori esigenti o debitori incalliti, tutti gratuitamente sfiorati dallo stesso tocco, sublime e imprevedibile.
Un assaggio dell’opera
All’improvviso si sentì a sinistra un fruscio nel grano, sebbene non si fosse levato il vento. Il fruscio si faceva sempre più vicino, adesso Mendel riusciva anche a vedere le spighe alte come un uomo muoversi, tra di esse doveva strisciare un essere umano, magari un enorme animale, un mostro. Scappare via sarebbe stata la cosa giusta, ma Mendel aspettava e si preparava alla morte. Un contadino o un soldato sarebbero saltati fuori dal grano, avrebbe accusato Mendel di furto e lo avrebbe ucciso sul posto, forse con una pietra. Poteva anche trattarsi di un vagabondo, di un assassino, di un criminale, che non voleva essere visto o sentito. «Santo Dio!», mormorò Mendel. Poi sentì delle voci. Erano due le persone che camminavano attraverso il grano, cosa che tranquillizzò l’ebreo, sebbene contemporaneamente dicesse a se stesso che doveva trattarsi di due assassini. No, non erano assassini, erano due amanti. Una voce di ragazza parlò, un uomo rise. Anche le coppie di amanti possono essere pericolose, ci sono molti casi in cui l’uomo diventa una furia, se scorge un testimone del loro amore. Presto i due sarebbero usciti fuori dal campo. Mendel Singer vinse il suo pauroso ribrezzo per i vermi della terra e si stese cauto con lo sguardo rivolto verso il grano. Poi le spighe si separarono, l’uomo uscì fuori per primo, un uomo in uniforme, un soldato dal berretto blu scuro, con stivali e speroni, il metallo riluceva e tintinnava leggero. Alle sue spalle balenò uno scialle giallo, uno scialle giallo, uno scialle giallo. Risuonò una voce, la voce di una ragazza. Il soldato si girò, posò un braccio attorno alle sue spalle, ora lo scialle si aprì, il soldato camminava dietro la ragazza, con le mani sul suo seno, la ragazza camminava avvolta dal soldato.
Mendel chiuse gli occhi e lasciò che la sventura gli passasse accanto nell’oscurità. Se non avesse avuto paura di tradirsi, si sarebbe volentieri tappato anche le orecchie per non essere costretto a sentire. Così invece doveva sentire: parole terribili, il tintinnio argentino degli speroni, risatine folli e sommesse, e la risata profonda di un uomo. Attendeva ora con malinconia il ringhiare dei cani. Se solo abbaiassero forte, tanto forte dovevano ringhiare! Fossero usciti degli assassini dal grano per ucciderlo.
Le voci si allontanarono. Ci fu il silenzio. Tutto era finito. Non era successo nulla. Mendel Singer si alzò di fretta, si guardò attorno, sollevò con le mani i lembi della lunga veste e corse verso la cittadina. Le imposte delle finestre erano chiuse, ma alcune donne sedevano ancora davanti alle porte e chiacchieravano stridule. Rallentò il passo per non cadere, compiva soltanto passi ampi e frettolosi, tenendo ancora in mano i lembi della veste. Si fermò davanti casa. Bussò alla finestra. Deborah l’aprì. «Dov’è Mirjam?», chiese Mendel. «E ancora a fare una passeggiata», disse Deborah, «nessuno la ferma! Giorno e notte va a passeggio. Non resta a casa nemmeno mezz’ora. Dio mi ha punita con questi figli, se al mondo...». «Sta’ zitta», la interruppe Mendel. «Quando Mirjam torna a casa dille che ho chiesto di lei. Oggi non vengo a casa, torno domani mattina. Oggi è l’anniversario di morte di mio nonno Zallel, vado a pregare». E si allontanò, senza aspettare risposta da sua moglie.
Non dovevano essere trascorse nemmeno tre ore da quando aveva lasciato il tempio. Ora, che ci entrava di nuovo, aveva la sensazione di tornarci dopo molte settimane, lasciò scorrere dolcemente una mano sul coperchio del suo vecchio leggio per le preghiere e celebrò con esso un nuovo incontro. Lo aprì e allungò la mano verso il suo libro vecchio, nero e pesante che era di casa tra le sue mani e che avrebbe riconosciuto senza esitazione tra mille libri uguali. Tanto familiare gli era la levigatezza della copertina con le isolette di stearina in rilievo, resti incrostati di innumerevoli candele a lungo bruciate, e gli angoli inferiori delle pagine, porosi, giallognoli, unti, tre volte piegati a forza di sfogliarle da decenni con dita inumidite. Ogni preghiera di cui aveva bisogno al momento, poteva trovarla in un instante. Era scolpita nella sua memoria con i più minuti tratti fisionomici che aveva in questo libro di preghiere, il numero delle sue righe: lo stile e la grandezza della stampa e il colore esatto delle pagine.
Nel tempio cominciava a farsi buio, la luce giallognola delle candele sulla parete orientale accanto all’armadio dei rotoli della Torah non scacciava l’oscurità, ma sembrava piuttosto nascondersi in essa. Si scorgevano il cielo e alcune stelle attraverso le finestre e si riconoscevano gli oggetti nello spazio, i leggii, il tavolo, le panche, i pezzetti di carta sul pavimento, i candelabri alle pareti, un paio di piccole fodere con le frange dorate. Mendel Singer accese due candele, le attaccò sul legno nudo del leggio, chiuse gli occhi e cominciò a pregare. Ad occhi chiusi sapeva riconoscere quando una pagina era finita, e meccanicamente la voltava. Gradualmente il suo busto cominciò a dondolare come al solito, tutto il corpo pregava, i piedi strusciavano sulle assi del pavimento, le mani si chiusero in pugni e battevano come martelli sul leggio, sul petto, sul libro e in aria. Sulla panca della stufa dormiva un ebreo senzatetto. ll suo respiro accompagnava e sosteneva il canto monotono di Mendel Singer che era come, nel deserto giallo, un canto accorato, perduto e familiare alla morte. La propria voce e il respiro del dormiente anestetizzarono Mendel, scacciarono via ogni pensiero dal suo cuore, non era altro che un orante, le parole lo attraversavano raggiungendo il cielo, un recipiente vuoto era, un imbuto. E così pregò incontro al mattino.
Il giorno alitò alla finestra. Le luci divennero fioche e deboli, dietro le basse casupole già si intravedeva levarsi il sole, riempiva di fiamme rosse le due finestre orientali dell’edificio. Mendel
spense le candele, ripose il libro, aprì gli occhi e si girò per andare via. Uscì all’aperto. C’era odore d’estate, di paludi che si essiccano e di verde nuovo. Le imposte delle finestre erano ancora chiuse. Le persone dormivano.
Mendel bussò tre volte alla porta di casa sua. Si sentiva fresco e forte, come dopo un lungo sonno privo di sogni. Sapeva esattamente cosa c’era fare. Deborah aprì la porta. «Fammi un tè», disse Mendel, «che ti devo dire una cosa. Mirjam è in casa?» «Certo», rispose Deborah, «e dove dovrebbe essere? Credi che stia già in America?».
Il samovar cominciò a sibilare, Deborah alitò dentro un bicchiere da tè e lo lucidò. Poi Mendel e Deborah cominciarono a bere assieme, con le labbra protese, sorseggiando rumorosamente.
All’improvviso Mendel posò il bicchiere e disse: «Andiamo in America. Menuchim deve restare qui. Dobbiamo portare anche Mirjam. Una sventura grava su di noi, se restiamo». Rimase in silenzio per un po’ e poi disse a bassa voce:
«Se la fa con un cosacco».
Il bicchiere scivolò tintinnando dalle mani di Deborah. Mirjam nell’angolo si svegliò e Menuchim si agitò nel suo sonno di pietra. Poi il silenzio. Milioni di allodole cominciarono a cinguettare sulla casa, sotto il cielo.
Con un lampo luminoso il sole colpì la finestra, incontrò il lucido samovar di latta e lo accese trasformandolo in uno specchio convesso.
Così cominciò il giorno.
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*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L'Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.
di Paolo Pegoraro*
ROMA, martedì, 26 luglio 2011 (ZENIT.org).- Joseph Roth (1894-1939) è un autore sempre più conosciuto e apprezzato nel nostro Paese. Dopo gli studi dedicatigli dal germanista Claudio Magris negli anni Sessanta e la trasposizione cinematografica del suo capolavoro (La leggenda del santo bevitore, regia di Ermanno Olmi – 1988), sarebbe per un volume che ne raccolga le opere principali. Ci penserà probabilmente Newton&Compton, che ne sta meritoriamente riproponendo i titoli in edizione economica con introduzione di Giorgio Manacorda.
Originario della regione più settentrionale dell’Impero austro-ungarico – la Galizia, tra Polonia e Ucraina – Joseph Roth fu il testimone della sua dissoluzione e dello spaesamento che comportò, in particolare per la popolazione ebraica. Nei suoi romanzi più noti (Fuga senza fine, La Cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky) un’opprimente incertezza e il vuoto gravido di minaccia saturano il periodo tra le due guerre. Motivi di speranza percorrono invece il romanzo Giobbe (1930) e il breve racconto La leggenda del santo bevitore (1939, pubblicato postumo).
Giobbe racconta la storia di Mendel Singer, un «comunissimo ebreo» senza il prestigio sociale, benedetto tuttavia da quattro figli. Prototipo del giusto provato dalla sventura, Mendel viene colpito nel suo unico bene – i figli – che rinnegheranno uno dopo l’altro le proprie radici. A parte uno, lo storpio e demente Menuchim, che la famiglia abbandonerà in Europa quando traverserà l’oceano per trovare pace apparente nel benessere del Nuovo Mondo. Ma quando la Seconda guerra mondiale reclama il proprio balzello di sangue, Mendel Singer indosserà la «santità della pazzia» per elevare il proprio sdegno a Dio. Passeranno anni di devastante silenzio prima che, proprio nella notte di Pasqua, ricompaia Menuchin: perfettamente sano, giunto al successo come compositore, pronto a riportare il padre al suo paese nativo.
La leggenda del santo bevitore, vero e proprio testamento spirituale dell’autore, ci porta invece nella Parigi dei clochard. Andreas Kartak è un uomo caduto talmente in disgrazia da dimenticare perfino il proprio nome. Il suo passato si è perso nel fondo di un bicchiere di Pernod, eccetto il volto della donna che l’ha portato al tracollo e il ricordo di essere stato un uomo onesto. Quando ad Andreas compare un tale che gli presta duecento franchi, da restituire in offerta alla statua di santa Teresa di Lisieaux, tutto pare cambiare. Quel semplice atto di fiducia lo smuove e avvia una serie di eventi inspiegabili che sembrano porgergli a portata di mano il riscatto sociale. Ma una serie di incontri – altrettanto inspiegabili – con i protagonisti della sua vita precedente si frappongo tra lui e la realizzazione della promessa. Il finale, tra i più toccanti della storia della letteratura, ci consegna un uomo infine riconciliato con la propria contradditorietà.
Giobbe e La leggenda differiscono in numerosi punti. La raffinatezza stilistica e compositiva del Giobbe è straordinaria. Il ritmo della narrazione vive di accelerazioni e rarefazioni, di trapassi dal realismo all’onirico, di accorgimenti lessicali minuscoli e precisi come meccanismi di orologeria (si veda, nel brano proposto qui sotto, il rintocco funebre scandito dalla triplice ripetizione dello “scialle giallo”). La leggenda ha invece una semplicità ariosa e dimessa, quella che i grandi – abbandonata ogni preoccupazione – raggiungono nella maturità. Anche i protagonisti non potrebbero essere più diversi. Mendel Singer è il giusto che si sente irriso perché è Dio – non l’uomo – a non mantenere gli accordi. Andreas Kartak è un uomo che vorrebbe mantenere la promessa e tuttavia non vi riesce, fiaccato dal suo passato. Mendel ha un rapporto diretto fino al litigio con il suo Dio, Andreas non lo conosce e lo incontra attraverso una serie di intermediari. La virtù di Mendel si manifesta nella sua inflessibilità, la rovina di Andreas è la sua incapacità di dire un solo “no”.
Eppure sono più simili di quanto non appaia. Entrambi – come tutti i personaggi di Roth – si sono smarriti: Mendel in America, Kartak a Parigi. Ognuno dei due ha perso se stesso e per quanto si sforzi non più in grado di “trovarsi”. Sono inavvertitamente scivolati fuori dalla propria patria – quella interiore, prima ancora che quella fisica – e si trovano irrevocabilmente chiuso fuori, smarriti in mondo che, per quanto vasto, non contempla un rifugio per accoglierli. Fino al momento in cui qualcuno non li trova. Fino al momento in cui qualcuno non va loro incontro. Mendel viene trovato da Menuchim, il figlio che aveva abbandonato; Andreas viene raggiunto dalla bimba Thérèse, la piccola creditrice a cui non ha saldato il debito. Se Franz Kafka aveva raccontato, ne Il messaggio dell’imperatore, la disperata speranza in un bene che c’è ma non ci potrà mai raggiungere a causa degli ostacoli che il mondo gli frappone, in queste due opere Joseph Roth ci conduce nella posizione specularmente opposta: e cioè verso un bene che c’è proprio perché può raggiungerci nonostante gli ostacoli posti da noi stessi. Giusti o ingiusti, creditori esigenti o debitori incalliti, tutti gratuitamente sfiorati dallo stesso tocco, sublime e imprevedibile.
Un assaggio dell’opera
All’improvviso si sentì a sinistra un fruscio nel grano, sebbene non si fosse levato il vento. Il fruscio si faceva sempre più vicino, adesso Mendel riusciva anche a vedere le spighe alte come un uomo muoversi, tra di esse doveva strisciare un essere umano, magari un enorme animale, un mostro. Scappare via sarebbe stata la cosa giusta, ma Mendel aspettava e si preparava alla morte. Un contadino o un soldato sarebbero saltati fuori dal grano, avrebbe accusato Mendel di furto e lo avrebbe ucciso sul posto, forse con una pietra. Poteva anche trattarsi di un vagabondo, di un assassino, di un criminale, che non voleva essere visto o sentito. «Santo Dio!», mormorò Mendel. Poi sentì delle voci. Erano due le persone che camminavano attraverso il grano, cosa che tranquillizzò l’ebreo, sebbene contemporaneamente dicesse a se stesso che doveva trattarsi di due assassini. No, non erano assassini, erano due amanti. Una voce di ragazza parlò, un uomo rise. Anche le coppie di amanti possono essere pericolose, ci sono molti casi in cui l’uomo diventa una furia, se scorge un testimone del loro amore. Presto i due sarebbero usciti fuori dal campo. Mendel Singer vinse il suo pauroso ribrezzo per i vermi della terra e si stese cauto con lo sguardo rivolto verso il grano. Poi le spighe si separarono, l’uomo uscì fuori per primo, un uomo in uniforme, un soldato dal berretto blu scuro, con stivali e speroni, il metallo riluceva e tintinnava leggero. Alle sue spalle balenò uno scialle giallo, uno scialle giallo, uno scialle giallo. Risuonò una voce, la voce di una ragazza. Il soldato si girò, posò un braccio attorno alle sue spalle, ora lo scialle si aprì, il soldato camminava dietro la ragazza, con le mani sul suo seno, la ragazza camminava avvolta dal soldato.
Mendel chiuse gli occhi e lasciò che la sventura gli passasse accanto nell’oscurità. Se non avesse avuto paura di tradirsi, si sarebbe volentieri tappato anche le orecchie per non essere costretto a sentire. Così invece doveva sentire: parole terribili, il tintinnio argentino degli speroni, risatine folli e sommesse, e la risata profonda di un uomo. Attendeva ora con malinconia il ringhiare dei cani. Se solo abbaiassero forte, tanto forte dovevano ringhiare! Fossero usciti degli assassini dal grano per ucciderlo.
Le voci si allontanarono. Ci fu il silenzio. Tutto era finito. Non era successo nulla. Mendel Singer si alzò di fretta, si guardò attorno, sollevò con le mani i lembi della lunga veste e corse verso la cittadina. Le imposte delle finestre erano chiuse, ma alcune donne sedevano ancora davanti alle porte e chiacchieravano stridule. Rallentò il passo per non cadere, compiva soltanto passi ampi e frettolosi, tenendo ancora in mano i lembi della veste. Si fermò davanti casa. Bussò alla finestra. Deborah l’aprì. «Dov’è Mirjam?», chiese Mendel. «E ancora a fare una passeggiata», disse Deborah, «nessuno la ferma! Giorno e notte va a passeggio. Non resta a casa nemmeno mezz’ora. Dio mi ha punita con questi figli, se al mondo...». «Sta’ zitta», la interruppe Mendel. «Quando Mirjam torna a casa dille che ho chiesto di lei. Oggi non vengo a casa, torno domani mattina. Oggi è l’anniversario di morte di mio nonno Zallel, vado a pregare». E si allontanò, senza aspettare risposta da sua moglie.
Non dovevano essere trascorse nemmeno tre ore da quando aveva lasciato il tempio. Ora, che ci entrava di nuovo, aveva la sensazione di tornarci dopo molte settimane, lasciò scorrere dolcemente una mano sul coperchio del suo vecchio leggio per le preghiere e celebrò con esso un nuovo incontro. Lo aprì e allungò la mano verso il suo libro vecchio, nero e pesante che era di casa tra le sue mani e che avrebbe riconosciuto senza esitazione tra mille libri uguali. Tanto familiare gli era la levigatezza della copertina con le isolette di stearina in rilievo, resti incrostati di innumerevoli candele a lungo bruciate, e gli angoli inferiori delle pagine, porosi, giallognoli, unti, tre volte piegati a forza di sfogliarle da decenni con dita inumidite. Ogni preghiera di cui aveva bisogno al momento, poteva trovarla in un instante. Era scolpita nella sua memoria con i più minuti tratti fisionomici che aveva in questo libro di preghiere, il numero delle sue righe: lo stile e la grandezza della stampa e il colore esatto delle pagine.
Nel tempio cominciava a farsi buio, la luce giallognola delle candele sulla parete orientale accanto all’armadio dei rotoli della Torah non scacciava l’oscurità, ma sembrava piuttosto nascondersi in essa. Si scorgevano il cielo e alcune stelle attraverso le finestre e si riconoscevano gli oggetti nello spazio, i leggii, il tavolo, le panche, i pezzetti di carta sul pavimento, i candelabri alle pareti, un paio di piccole fodere con le frange dorate. Mendel Singer accese due candele, le attaccò sul legno nudo del leggio, chiuse gli occhi e cominciò a pregare. Ad occhi chiusi sapeva riconoscere quando una pagina era finita, e meccanicamente la voltava. Gradualmente il suo busto cominciò a dondolare come al solito, tutto il corpo pregava, i piedi strusciavano sulle assi del pavimento, le mani si chiusero in pugni e battevano come martelli sul leggio, sul petto, sul libro e in aria. Sulla panca della stufa dormiva un ebreo senzatetto. ll suo respiro accompagnava e sosteneva il canto monotono di Mendel Singer che era come, nel deserto giallo, un canto accorato, perduto e familiare alla morte. La propria voce e il respiro del dormiente anestetizzarono Mendel, scacciarono via ogni pensiero dal suo cuore, non era altro che un orante, le parole lo attraversavano raggiungendo il cielo, un recipiente vuoto era, un imbuto. E così pregò incontro al mattino.
Il giorno alitò alla finestra. Le luci divennero fioche e deboli, dietro le basse casupole già si intravedeva levarsi il sole, riempiva di fiamme rosse le due finestre orientali dell’edificio. Mendel
spense le candele, ripose il libro, aprì gli occhi e si girò per andare via. Uscì all’aperto. C’era odore d’estate, di paludi che si essiccano e di verde nuovo. Le imposte delle finestre erano ancora chiuse. Le persone dormivano.
Mendel bussò tre volte alla porta di casa sua. Si sentiva fresco e forte, come dopo un lungo sonno privo di sogni. Sapeva esattamente cosa c’era fare. Deborah aprì la porta. «Fammi un tè», disse Mendel, «che ti devo dire una cosa. Mirjam è in casa?» «Certo», rispose Deborah, «e dove dovrebbe essere? Credi che stia già in America?».
Il samovar cominciò a sibilare, Deborah alitò dentro un bicchiere da tè e lo lucidò. Poi Mendel e Deborah cominciarono a bere assieme, con le labbra protese, sorseggiando rumorosamente.
All’improvviso Mendel posò il bicchiere e disse: «Andiamo in America. Menuchim deve restare qui. Dobbiamo portare anche Mirjam. Una sventura grava su di noi, se restiamo». Rimase in silenzio per un po’ e poi disse a bassa voce:
«Se la fa con un cosacco».
Il bicchiere scivolò tintinnando dalle mani di Deborah. Mirjam nell’angolo si svegliò e Menuchim si agitò nel suo sonno di pietra. Poi il silenzio. Milioni di allodole cominciarono a cinguettare sulla casa, sotto il cielo.
Con un lampo luminoso il sole colpì la finestra, incontrò il lucido samovar di latta e lo accese trasformandolo in uno specchio convesso.
Così cominciò il giorno.
-----------
*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L'Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.
“San Bernardino da Siena. Antologia delle prediche volgari”
Bernardino da Siena, il santo del bene comune
Un esempio per politici e amministratori
di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 6 luglio 2011 (ZENIT.org).- Pochi sanno che Bernardino da Siena non fu solo un santo padre dell'Ordine dei Frati Minori e che dalle sue prediche volgari traspare un messaggio civile, politico ed economico di valore eccelso.
Dal libro “San Bernardino da Siena. Antologia delle prediche volgari” curato da Flavio Felice e Mario Fochesato ed edito dalla Cantagalli, emerge che l’amore di Cristo, insieme alla carità che ne scaturisce, sono i fondamenti di ogni possibile agire politico ed economico.
E’ impressionante scoprire l’attualità, la saggezza e la lungimiranza delle prediche volgari di san Bernardino da Siena.
I sermoni svolti dal santo su temi come i doni del Creatore, la coscienza, l’unione fraterna, il buon governo, il timor di Dio, l’elemosina e la pace potrebbero fornire un dizionario di riflessione per uomini politici e amministratori.
Già autore di un trattato di economia “Sui contratti e l’usura”, nel 1425 e poi nel 1427 san Bernardinovenne inviato a Siena da Papa Martino V a predicare al popolo per porre fine ai continui dissidi fra le diverse fazioni.
La fama e la rilevanza delle sue prediche era tale che nessuna chiesa riusciva a contenere le persone che accorrevano ad ascoltarlo, così che a Siena venne allestito un altare in Piazza del Campo.
Come precisa Mattia Fochesato nella prefazione al volume, le prediche di san Bernardino tratteggiano una nuova dottrina civile attraverso temi di grande importanza e complessità come l’amore per il prossimo, la cura della comunità, la ricerca del bene comune, le regole della buona mercanzia, l’importanza della preghiera.
Spiegava san Bernardino che l’uomo è destinato a partecipare alla gloria di Dio, e che l’amore di Cristo è un dono la cui caratteristiche sono “grandissima ricchezza; grandissima bellezza e grandissima sapienzia”.
Nelle riflessioni che riguardano la Coscienza, il santo sottolinea che Dio ha creato l’individuo per “il bello, il giusto ed il vero” ed è questa la strada per “conoscere la propria umanità” e per “costruire la propria esistenza e la propria relazione con gli altri uomini”.
Secondo san Bernardino, il riconoscimento dell’amore di Dio verso gli uomini, rappresenta il pilastro della nuova vita della comunità, perchè implica la condivisione fraterna, la solidarietà ed il sostegno reciproco degli individui, il vero amore tra uomo e donna, la volontà di risolvere le controversie.
“Per questo motivo - rileva il santo - la carità deve essere fondamento anche dell’agire di coloro che sono stati scelti per la guida della comunità”.
A questo proposito Fochesato ricorda che san Bernardino invitava i senesi a “cercare e riconoscere i segni della carità di Dio nella propria vita, perchè solo così è possibile per l’uomo la rinascita individuale e il fondamento di una nuova e giusta vita sociale”.
Le prediche del santo sono brillanti, sagaci e anche divertenti. Scritte con il linguaggio toscano del tempo, risultano oggi un vero e proprio tesoro da cui attingere insegnamenti di vita.
In merito alla condotta di vita per esempio, san Bernardino ha scritto: “Non basta astenersi dal male, se non fai l’operazioni buone”. Sulla condivisione: “Oh quanto è buono e quanto è giocondo abitare e fratelli in uno”.
Per spiegare il perdono, san Bernardino riprende Seneca il quale sosteneva che “la miglior vendetta è il perdono” e poi aggiunge che il perdono conviene per “magnanimità, per santa vendetta, per tua utilità e per eccellenza di carità”.
Sull’elemosina san Bernardino afferma che “se vuoi che la tua robba multipli, usa di dare limosine” e soprattutto “quando tu dai la limosina dalla con allegrezza”.
Un esempio per politici e amministratori
di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 6 luglio 2011 (ZENIT.org).- Pochi sanno che Bernardino da Siena non fu solo un santo padre dell'Ordine dei Frati Minori e che dalle sue prediche volgari traspare un messaggio civile, politico ed economico di valore eccelso.
Dal libro “San Bernardino da Siena. Antologia delle prediche volgari” curato da Flavio Felice e Mario Fochesato ed edito dalla Cantagalli, emerge che l’amore di Cristo, insieme alla carità che ne scaturisce, sono i fondamenti di ogni possibile agire politico ed economico.
E’ impressionante scoprire l’attualità, la saggezza e la lungimiranza delle prediche volgari di san Bernardino da Siena.
I sermoni svolti dal santo su temi come i doni del Creatore, la coscienza, l’unione fraterna, il buon governo, il timor di Dio, l’elemosina e la pace potrebbero fornire un dizionario di riflessione per uomini politici e amministratori.
Già autore di un trattato di economia “Sui contratti e l’usura”, nel 1425 e poi nel 1427 san Bernardinovenne inviato a Siena da Papa Martino V a predicare al popolo per porre fine ai continui dissidi fra le diverse fazioni.
La fama e la rilevanza delle sue prediche era tale che nessuna chiesa riusciva a contenere le persone che accorrevano ad ascoltarlo, così che a Siena venne allestito un altare in Piazza del Campo.
Come precisa Mattia Fochesato nella prefazione al volume, le prediche di san Bernardino tratteggiano una nuova dottrina civile attraverso temi di grande importanza e complessità come l’amore per il prossimo, la cura della comunità, la ricerca del bene comune, le regole della buona mercanzia, l’importanza della preghiera.
Spiegava san Bernardino che l’uomo è destinato a partecipare alla gloria di Dio, e che l’amore di Cristo è un dono la cui caratteristiche sono “grandissima ricchezza; grandissima bellezza e grandissima sapienzia”.
Nelle riflessioni che riguardano la Coscienza, il santo sottolinea che Dio ha creato l’individuo per “il bello, il giusto ed il vero” ed è questa la strada per “conoscere la propria umanità” e per “costruire la propria esistenza e la propria relazione con gli altri uomini”.
Secondo san Bernardino, il riconoscimento dell’amore di Dio verso gli uomini, rappresenta il pilastro della nuova vita della comunità, perchè implica la condivisione fraterna, la solidarietà ed il sostegno reciproco degli individui, il vero amore tra uomo e donna, la volontà di risolvere le controversie.
“Per questo motivo - rileva il santo - la carità deve essere fondamento anche dell’agire di coloro che sono stati scelti per la guida della comunità”.
A questo proposito Fochesato ricorda che san Bernardino invitava i senesi a “cercare e riconoscere i segni della carità di Dio nella propria vita, perchè solo così è possibile per l’uomo la rinascita individuale e il fondamento di una nuova e giusta vita sociale”.
Le prediche del santo sono brillanti, sagaci e anche divertenti. Scritte con il linguaggio toscano del tempo, risultano oggi un vero e proprio tesoro da cui attingere insegnamenti di vita.
In merito alla condotta di vita per esempio, san Bernardino ha scritto: “Non basta astenersi dal male, se non fai l’operazioni buone”. Sulla condivisione: “Oh quanto è buono e quanto è giocondo abitare e fratelli in uno”.
Per spiegare il perdono, san Bernardino riprende Seneca il quale sosteneva che “la miglior vendetta è il perdono” e poi aggiunge che il perdono conviene per “magnanimità, per santa vendetta, per tua utilità e per eccellenza di carità”.
Sull’elemosina san Bernardino afferma che “se vuoi che la tua robba multipli, usa di dare limosine” e soprattutto “quando tu dai la limosina dalla con allegrezza”.
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